RUGGERO II, IL RE DALLE DUE ANIME


Imprigionato in una “forma” che lo fissa in un unico episodio adatto a parlare al cuore e alle emozioni (la leggenda della tempesta e del voto in seguito al quale sarebbe stata fondata la Cattedrale di Cefalù), “oscurato” dal carisma del nipote Federico II, Ruggero II d’Altavilla rischia di imprimersi nell’immaginario e nella memoria collettiva come un personaggio dai contorni vaghi, privo di una connotazione che lo individui, diversamente appunto da Federico, l’imperatore definito –con felice slogan- stupor mundi.
Difensore della cristianità, ma due volte scomunicato e per gran parte della sua vita in lotta con l’autorità papale, “costruttore” di Cattedrali (tra cui quella di Cefalù, la prediletta, dove avrebbe voluto essere sepolto), che dovevano contendere all’Islam il primato dell’architettura religiosa sostituendo le moschee (300 ve n’erano a Palermo nel periodo di maggior fulgore dell’Islam)-ma incoronato da un antipapa e profondamente affascinato dalla civiltà araba, Ruggero II è figura dalla personalità enigmatica e complessa.
Alla morte di Ruggero I, il Gran Conte, morto anche il fratello maggiore Simone, Ruggero II si trovò ad essere Conte di Sicilia a soli 10 anni. Fu la madre, contessa Adelasia, donna determinata e di grande abilità politica, ad assumere la reggenza fino ai suoi 17 anni e a fargli dare, a Palermo, un’istruzione raffinata con precettori greci ed arabi. Con la madre Ruggero ebbe sempre un rapporto di grande rispetto e affetto; alcuni storici ipotizzano che il suo sostegno con navi ed armi alla II Crociata fosse dovuto alla volontà di inserirsi nelle vicende dell'Impero d'Oriente per acquistarvi un ruolo di primo piano e vendicarsi del re Baldovino di Gerusalemme, che aveva sposato Adelasia ingannandola per motivi di interesse e poi l’aveva ripudiata.
L’obiettivo di Ruggero di riunificare tutti i possedimenti normanni in Italia meridionale e Sicilia, entrò naturalmente in collisione con un Papato preoccupato di difendere il proprio potere temporale: Onorio II gli lanciò la scomunica, evento che non impedì a Ruggero di concludere vittoriosamente la sua impresa e di ottenere dallo stesso Onorio il riconoscimento del titolo di duca di Puglia. Nel corso dello scisma sorto alla morte di Onorio, si schierò ,- attirandosi una nuova scomunica del Papa Innocenzo II-, con l’antipapa Anacleto II e si fece incoronare da lui ( tramite il suo inviato cardinale di S. Sabina) a Palermo, nel Natale del 1130, re di Sicilia.
Nel Medioevo, così come del resto anche oggi, la forma privilegiata della comunicazione, attraverso cui acquisire consenso e coinvolgimento nelle classi popolari, era legata all’elemento visivo, allo “spettacolo”. I rituali sia laici che religiosi assolvevano anche a questa funzione di spettacolarizzazione, per poter “suscitare negli astanti la massima emozione, sostituire col fasto la realtà, alimentare i sogni di evasione, catturare la sensibilità di ognuno in modo che lo spettatore credesse di vivere la sua parte di membro operante di quella collettività”(Salvatore Tramontana, L’effimero nella Sicilia normanna). Così, la cerimonia del giorno dell’incoronazione era stata studiata in modo da suscitare ammirazione e stupore, con la cavalcata in cui cavalli adornati di drappi preziosi e finimenti d’oro e d’argento attraversavano Palermo, con l’eleganza del corteo, con la dovizia e raffinatezza del banchetto in cui le posate erano solo d’oro e anche i servitori avevano vesti di seta: “Nella città non era se non gioia e splendore” (Alessandro di Telese). La funzione religiosa poi, con i cori sacri, la suggestiva vestizione, il minuzioso cerimoniale, creava una dimensione quasi irreale, dove il sovrano era circonfuso da un’aura divina.
Il famoso mosaico della Martorana, realizzato quasi 20 anni più tardi, ci consegna la rappresentazione dell’evento quale Ruggero desiderava che fosse trasmessa ai posteri. Il re vi appare in vesti orientali, quale basileus, con fattezze fisiche assolutamente dissimili da quelle delle varie immagini che lo ritraggono (anch’esse discordanti tra loro); assomiglia invece al Cristo che gli porge la corona, direttamente, senza intermediarii. L’immagine svolge il suo ruolo di trasmettere il messaggio affidatole: il monarca è secondo solo a Dio, a cui è in qualche modo “simile”, unito a Lui da un rapporto privilegiato.


Dopo l’incoronazione, Ruggero II pose in atto un successivo livello del suo programma politico e del suo sogno personale. Egli avvertiva che la sua autorità avrebbe tratto maggior legittimazione dall’accentuazione della caratteristica di difensore della Cristianità. Se fino al 1130 le sue monete, come quelle del padre Ruggero I, portavano impressa la formula religiosa araba “non c’è altro Dio che Allah che nessuno ha per compagno”, e come simbolo una T che poteva richiamare la Croce ma senza raffigurarla direttamente, dopo l’incoronazione la T si trasformò in una Croce con la scritta in greco “Gesù Cristo vive”, (anche se l’arabo continuò ad apparire nelle scritte sia delle monete che degli atti pubblici).


Morto Anacleto, gli sarebbe stato politicamente utile un riconoscimento da parte del legittimo Papa. Ma ci sarebbero voluti 10 anni di lotte, durante i quali Ruggero si trovò contro, oltre al Papa, il bizantino Giovanni Comneno, Lotario II di Germania, i baroni ribelli, le Repubbliche marinare di Pisa, Genova e Venezia.
Ruggero riuscì a prevalere su tutti infliggendo a Innocenzo II una dura sconfitta. Anche se proveniva da una stirpe di coraggiosi guerrieri, Ruggero non amava la “cultura della guerra”; per lui la guerra non era un ideale di vita ma un mezzo per raggiungere un fine. Valoroso combattente quanto avveduto diplomatico, non abusò della vittoria ma, gestendola con equilibrio, ottenne nel 1139 la legittimazione del suo regno da parte di Innocenzo II, -ufficialmente come “vassallo della Chiesa”. In realtà nessun monarca poteva vantare un potere più completo e assoluto: grazie alla Apostolica Legatio a suo tempo concessa a Ruggero I egli era rappresentante diretto della Santa Sede e poteva nominare vescovi e prelati; ed essendosi spinte le sue conquiste fino a Costantinopoli e alle coste dell’Africa Settentrionale, ben poteva affermare, tramite il motto inciso sulla sua spada “Apulus et Calaber, Siculus mihi servit et Afer”.
Ruggero era, come scriveva Giovanni di Salisbury, “rex, legatus apostolicus, patriarcha, imperator et omnia quae volebat”, e, cosa inconsueta per un re occidentale, gli si doveva la “proskynesis”, l’adorazione dei sudditi, vescovi compresi, che dovevano prosternarsi davanti a lui.
Il regno si connotava per una rigida ed efficiente organizzazione militare e amministrativa di cui facevano parte sia militari che funzionari arabi; alla comunità araba era concesso una sorta di autogoverno retto dal qaid. Ruggero pensò anche a dargli un assetto legislativo con le Assise di Sicilia (Assise di Ariano), un “corpus” di norme e divieti che costituisce, pur con i limiti che la mentalità dell’epoca imponeva, una grande opera legislativa, ponendo le prerogative e i poteri del Re nell’ambito della giurisprudenza.
Le Assise sancivano tra l’altro il dovere di trattare umanamente i sudditi, la possibilità di questi di poter vivere secondo le leggi e le usanze di ogni loro comunità e religione, il dovere di non scacciare chi si fosse rifugiato nelle Chiese, l’inalienabilità delle terre, proprietà del sovrano (secondo il canonico siciliano Rosario Gregorio (1753-1809), Ruggero II fu il primo a proibire alle donne aristocratiche di potersi sposare per controllarne le terre, concezione che contribuì a mantenere un rigido feudalesimo nell’epoca in cui in altre regioni si affermavano i Comuni),- ma anche il diritto per il marito di uccidere la moglie sorpresa in adulterio e, poiché “la qualità della persona aggrava o allevia la pena”, la pena di morte a titolo di esempio “per i pubblici ufficiali che sottraggono denaro pubblico”. Con le Assise il sovrano intendeva far cosa gradita a Dio mettendo in atto “ciò che costituisce la Sua stessa essenza, cioè misericordia e giustizia”; ed è interessante notare che lo studioso del Medioevo B.Brenk vede dietro la figura del Cristo Giudice della Cattedrale di Cefalù, accompagnata dalla scritta “[…]Redemptor iudico corporeus corpora corda Deus”, una “supervisione” di Ruggero, a richiamare appunto i concetti che sono alla base delle Assise: “L’iconografia del Pantocratore, che in una chiesa fondata da un re presenta un Dio corporeo e giudicante, evoca nello stesso tempo il sovrano giudicante sulla terra”(cit.da Antonio Iacobini).

Ruggero II morì nel 1154. Aveva realizzato il suo sogno, lasciava un regno forte e unito, un regno che, come avrebbe affermato più tardi Costanza d’Altavilla, aveva “la forza di una spada normanna, l’eleganza di una veste bizantina, la cultura di una scuola araba” Era riuscito a tenere unite popolazioni profondamente diverse per tradizione, cultura e religione.
Aveva tenuto a freno le prepotenze dei baroni imprimendo all’assolutismo del suo potere il crisma della “giustizia”.
Chiudeva lo splendore di un Regno improntato alla tolleranza e al rispetto di ogni cultura col lugubre bagliore di un rogo "da inquisizione": quello in cui trovò la morte l'eunuco Filippo di Mahdia, luogotenente nella guerra di conquista della Tunisia, reo di essere rimasto musulmano dopo una conversione al Cristianesimo solo "di facciata"(cfr. M. Amari, "Storia dei Musulmani in Sicilia").
Era stato un re audace, capace di crudeltà e di saggezza, più temuto che amato, anche per il carattere chiuso e senza sorriso. Lo stesso Alessandro di Telese, suo fautore, lo diceva “contenuto in cordialità ed allegria, tanto che non si cessava di averne timore”, e Romualdo Salernitano lo definiva “sudditis plus terribilis quam dilectus”.
Nonostante l’appellativo di “pius” e difensore della Chiesa, ("Rogerius Rex egregius plenus pietate", lo definisce la scritta lungo la fascia inferiore dell'abside nella Cattedrale di Cefalù(1148), e “Rogerius in Christo pius et Christianorum adjutor”, è chiamato in un diploma riportante un’iscrizione del monastero di Gala), non era stato immune dal sospetto di ambiguità e di calcolo politico nel suo rapporto con la religione. San Bernardo di Chiaravalle lo considerava “usurpator et tyrannus”; e il Papa lo aveva messo sullo stesso piano degli Infedeli quando aveva promesso a chi combatteva contro di lui la stessa indulgenza plenaria che veniva concessa ai Crociati. Giovanni di Salisbury, che già negli anni del conflitto col Papato lo aveva chiamato “mezzo pagano”, alla sua morte lo definì “versutus ille rex siculus, qui ecclesiae semper insidiabatur” (lo scaltro re siciliano che sempre insidiava la Chiesa). Erano accuse comprensibili: Ruggero viveva come un sovrano orientale, vestiva all’orientale, teneva a Palazzo Reale, oltre al tiraz (il laboratorio da dove uscivano le preziose sete ricamate), un harem con fanciulle ed eunuchi, arabo era il suo corpo scelto di arcieri, si circondava di artisti e intellettuali bizantini e arabi, -tra cui i più noti il geografo Idris autore del Kitab al Rogiar, “Il libro di Ruggero”, e i poeti ar Rahman e ibn Basurun, cantori della reggia di Favara e delle dolcezze della vita di corte-, era tollerante nei confronti dei musulmani ma anche degli ebrei e degli ortodossi. Per tutta la durata del suo regno, imitato poi dai successori, adottò un appellativo arabo che ne accompagnava il nome nelle formule ufficiali: quello da lui scelto fu “al mutazz Billah”, l’innalzato da Dio.
La sua concezione della vita non era quella del cristianesimo del tempo, che tendeva, almeno ufficialmente, a svalutare il corpo. Ruggero ricercava l’armonia tra il corpo e lo spirito, amava l’eleganza, la raffinatezza, la poesia, l’arte, la musica, i piaceri dell’intelletto e dei sensi. “Porta il vino vecchio e dorato, bevi al suono del liuto/Non c’è vita serena se non all’ombra della dolce Sicilia/sotto una dinastia che supera le dinastie dei Cesari”, canta il poeta ar-Rahman di Butera; la scritta sul famoso “mantello dell’incoronazione”, confezionato a Palermo “dove regnano felicità e onore, benessere e perfezione”, e portato da Enrico VI a Vienna, auspica: “Possano i giorni e le notti scorrere nel piacere senza fine e mutamento”, e la data è il 528: quella dell’Egira.


Non era forse un calcolo politico che lo portava verso l’ambiguità tra Oriente e Occidente. Come il poeta latino Ennio, anche Ruggero parlava tre lingue e aveva “tria corda”, tre cuori,- partecipava cioè, attraverso le diverse strutture linguistiche, di diverse e simultanee visioni della vita. Egli si sentiva veramente al tempo stesso cristiano e musulmano, arabo e normanno, latino e bizantino. La contraddittorietà e complessità della sua figura fecero sì che interpretazioni e giudizi nei suoi confronti non fossero univoci, per cui egli fu considerato di volta in volta assertore del realismo politico, quasi precursore del Principe di Machiavelli (v. E. Caspar, C.A. Garufi), o un eroe romantico, o antesignano della politica del fascismo (v. gli studi dell’Istituto Nazionale Fascista di Cultura a Palermo nell’VIII centenario dell’incoronazione).
Il compositore polacco Karol Szymanowski, cultore delle civiltà mediterranee, affascinato dalla sua personalità, ne fece il tormentato protagonista dell’opera “Re Ruggero” (Krog Roger), che racconta il dramma interiore di un re cristiano sedotto dai culti pagani ma al tempo stesso è metafora dell’uomo in conflitto tra l’ aspirazione agli ideali apollinei di ragione e misura, e il richiamo inquietante e ineludibile dell’esperienza dionisiaca.

Angela Diana Di Francesca



PREGHIERA DI RUGGERO

“Esaltato da Dio”,-
il peso dell’umano
non tratterrà il mio spirito
Costruirò un tempio che vincerà il tempo
per te, del tempo Signore.
Un istante dura l’uomo,
ma io circondato d’eterno
aspetterò di risorgere
in un sepolcro di porfido rosso

Mai prevarrà il buio
-gli faranno la guardia
la pietra e l’oro
Preghi ognuno il suo Dio
in purità di cuore
Abbracci il sole Oriente ed Occidente
Splendano insieme la palma e la spada

Angela D. Di Francesca

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