GIOCO A NASCONDERE


Avevo sette anni quando ammazzarono mia madre. Alle 8,25 mi aveva lasciato davanti alla scuola, in fretta, come sempre. Era risalita sulla Ypsilon 10 bianca, un gesto di saluto, aveva messo in moto e si era infilata con destrezza nella corrente colorata delle macchine che si contendevano la strada nel movimento dell'ora di punta. Alle 11 era morta.
Avevo aspettato all’uscita, odiandola, perché era sempre in ritardo, ed io rimanevo sempre là sotto la tettoia, pronto con giacca a vento, zainetto, berrettino, mentre gli altri bambini andavano via con mamma o papà, chiacchierando.
La maestra lo sapeva, e aspettava con me finchè arrivava la macchina bianca, mia madre suonava due colpetti, faceva un cenno, poche parole di scusa con un sorriso e ce ne andavamo via, in fretta, a casa. Quel giorno era martedì e lei non rientrava in ufficio il pomeriggio. Perciò c’era più tempo; c’era il tempo di mangiare con calma, e di raccontare quello che avevamo fatto a scuola. La maestra ci aveva detto di scrivere una frase sull’autunno, con un disegno. Io avevo scritto: “A San Martino ogni mosto diventa vino” e avevo disegnato un grappolo d’uva grande coi chicchi rossi. Le sarebbe piaciuto e mi avrebbe detto bravo sorridendo e spettinandomi i capelli.
Aspettammo più di venti minuti, poi la maestra tenendomi per mano si avvicinò alla cabina telefonica per chiamare a casa o all’ufficio. Ma non ce ne fu bisogno. Ci vide il vigile che stava davanti all’incrocio della scuola. Ebbe un gesto strano che allora non capii, il gesto di uno che di colpo si ricorda qualcosa. Si avvicinò, rigido, e non mi sorrise. “Signora Sara”. Non è educato parlare all’orecchio, diceva sempre la maestra. Lui però le parlò all’orecchio, e poi la tenne per un braccio, e lei disse “Dio mio, Dio mio”, pianissimo come se non le uscisse il fiato. Non mi ricordo altro. Fino a quel momento ricordo tutto bene nei particolari. Sento le dita farmi male da come stringevo le cinghie dello zainetto, che pesava, pesava sempre di più. Poi ricordo che ero a casa dalla signora Margherita. Poi non ricordo altro. Niente. Un vuoto spaventoso.

Non ricordo quando, non ricordo chi mi disse che mia madre era morta. Qualche anno dopo mio padre mi spiegò che era rimasta uccisa da un colpo di pistola partito accidentalmente mentre la persona che era di fronte a lei stava controllando l’arma.
Nei film in TV cose del genere si vedevano spesso.
Nella lapide al cimitero c’era scritto “un tragico destino ti ha portata via”. La storia mi era stata raccontata da mio padre con tanta precisione, e in modo tanto credibile, che non avevo avuto motivo di dubitarne. Un giorno però, avevo dodici anni, alla televisione locale fecero un programma, credo che si intitolasse “Giallo di sera”, e fecero vedere la foto di mia madre e i giornali di cinque anni addietro. “Massacro nel bar”, dicevano i giornali. “Come si ricorderà”, diceva il conduttore del programma, “la signora Rosaria Cangemi fu uccisa barbaramente. L’assassino dopo averle sparato tutti i colpi della sua 6.28 infierì su di lei con un coltello da sub sfracellandole il viso”. Sentii che la testa mi diventava leggera, e le cose intorno a me presero a girare, respirai profondamente e mi tenni sul bracciolo del divano e nella forza che mettevo nelle dita risentii la forza con cui tenevo le cinghie dello zainetto quel giorno, e rividi il quaderno con il grappolo d’uva rossa: “A San Martino ogni mosto diventa vino…”, e andai indietro, indietro, fino a quando lei mi aveva portato il caffelatte, ed era ancora in vestaglia, sul letto c’erano un tailleur blu e un completo pantaloni chiaro, e lei aveva cominciato a vestirsi, io bevevo il latte, lei mi diceva: hai messo la brioscina nello zaino? Quando ero uscito dal bagno, lei era già vestita. Per andare a morire aveva scelto il completo pantaloni chiaro.
Singhiozzai senza potermi fermare, fino a che mio padre arrivò e mi trovò così, intontito dal pianto davanti al televisore che ora trasmetteva un festival di cantanti della zona. Mi raccontò la verità. Dopo avermi accompagnato a scuola, era passata dall’ufficio per prendere delle carte (così diceva anche lei,… “delle carte”), ed era andata da un cliente che doveva firmarle. Uno che conosceva fin da ragazza. Lui le aveva sparato e poi l’aveva sfregiata col coltello. “Perché?” “Non si sa, perché. Senza motivo. Era pazzo. Sta in manicomio criminale infatti.”

Andai a leggere i giornali alla biblioteca comunale.Sì, sembrava così. Ma non poteva essere così. Non aveva senso. Mi sembrava che ci fossero fatti che non quadravano. Fatti da sapere, da scoprire.

*** *** ***


“Dove sono le cose della mamma, papà?”
“Quali cose?”
“Ma, la sua agenda, la sua borsa,… le sue cose.”
Mio padre mi guardava, serio.
“Non ricordo dove le ho messe. Un giorno di questi le cerchiamo.”
Lui voleva dirmi: “A che serve?”
E io capii che infatti non serviva a niente e smisi di fargli domande.

*** *** ***


Essere grandi. Poter aprire i cassetti. Avere chiavi, ipotesi, risposte.
Mio padre si risposò con Daniela, una ragazza carina, tranquilla. Per lei rinunciò a fare il vagabondo alla guida dei pullman granturismo, rassegnandosi a stare dietro la scrivania a prendere le prenotazioni e a organizzare i tour. Per mia madre non lo aveva fatto.
Daniela mi voleva bene. Era in paese da pochi anni e mia madre non l’aveva conosciuta, però ne parlavamo spesso. Lei capiva il mio bisogno di sapere, di indagare, capiva quella separazione profonda che era più di un’assenza. Cercammo insieme, di nascosto di mio padre, una macabra caccia al tesoro. Trovammo delle chiavi, le provammo in tutti i posti della casa. Erano dell’armadio di una stanza degli ospiti mai usata, e là trovammo i suoi vestiti. In ordine, intatti, come appena stirati. Nella tasca di un giaccone color nocciola, c’era una rubrica per i numeri di telefono, un calendario, un’agendina con appunti di lavoro, un abbonamento per l’opera a Palermo. Abbracciai Daniela, mi portai tutto nella mia stanza, mi chiusi a chiave.
L’abbonamento lo aveva pagato per intero, ma aveva visto solo due opere, Norma e Otello, alle altre non era andata. Era assurdo che non fosse andata a vedere nemmeno il balletto, Giulietta e Romeo con Carla Fracci, lo spettacolo più importante della stagione. Otello era l’ultima che aveva visto, il 20 aprile, sette mesi prima di morire.
Scorsi la rubrica telefonica, piena di nomi .Il calendario del suo ultimo anno di vita. Con la biro aveva cancellato una data, il 6 giugno. E anche nell’agendina di lavoro la data del 6 giugno era coperta da fitti tratti di penna. Il 6 giugno, scoprii dopo, era la data del suo matrimonio. In passato, quando gli chiedevo se la mamma non aveva lasciato scritto niente che potesse dare tracce, spiegazioni, mio padre mi rispondeva che lei non era tipo da tenere un diario. Ma, in fondo, il diario c’era. Sotto la data del 2 settembre c’era scritto:”Telefonata anonima(?)”.E poi, sotto il 9 settembre,: “Ha telefonato di nuovo”. Poi nessuna scritta, ma c’erano invece delle crocette, fino a tutto ottobre. Il 1° di novembre c’era la frase: “Parlato con C.”. Il resto erano promemoria o impegni di lavoro, niente di personale. Non c’era altro, niente altro. Niente altro in quarantasette anni di vita.
Comprai i compact di Norma e Otello, li ascoltai e li riascoltai fino a immaginarla nella sala del teatro, con uno dei suoi completi pantalone, l’abbigliamento che preferiva, gli occhiali di tartaruga, una borsa a tracolla, assorta nella musica, nella solitudine, nel buio. Telefonai a tutti. Irma, la sua migliore amica. Al telefono si mise a piangere. Mi chiese quanti anni avevo e che scuola facevo, e io le chiesi di parlarmi di mia madre e di dirmi com’era e lei mi disse che era buona, simpatica, disponibile con tutti, ma, le domandai, di cosa parlavate insieme, che film vedeva, le sue idee. “Come le sue idee, che vuoi dire figlio mio? In Chiesa non ci andava, ma non perché non credeva, credeva, a modo suo…Politicamente? No, non ne parlavamo di politica, ma tu figlio mio, io ti capisco sai, ma tu non ti devi fissare così, pensa che ormai lei è in pace, sei giovane devi fare la tua vita, non pensare al passato, lei ti protegge dal cielo, ce l’hai la ragazza?”
Avvocato Simone Carraro: “Se me la ricordo?, certo che me la ricordo, che disgrazia, che disgrazia, chi parla? Il figlio? Il figlio di Rosaria? Ah Dio mio! Ma che cosa vuoi sapere? Dopo tutto questo tempo! Sai noi eravamo amici, sì, ma così, cioè si andava a cena in comitiva, per la pizza, oppure in campagna da qualcuno, si faceva il pane nel forno a legna, bei tempi!, le grigliate, ma non è che parlavamo proprio di cose,…capisci? Cioè parlavamo così, qualche battuta, cose di scherzo, cioè ti voglio dire se tu mi domandi, che so, quale cantante preferiva, io non te lo so dire, capisci? Ma come mai vuoi sapere queste cose? Vuoi scrivere un libro?”
E poi Valeria, Michele G., Michele F., Rita, Carlo P., l’utente ha cambiato numero, famiglia Stassi, dottor G., ma come non lo sa il dottore è morto, Lucia, Enza, Lina. Qualcuno diffidente, qualcuno un po’ commosso, qualcuno seccato, tutti stupiti che dopo tanto tempo. E alla domanda com’era, cosa le piaceva, cosa pensava, seguiva sempre un attimo di freddo silenzio, un attimo che bastava per sentire tutto il gelo della morte e tutto il vuoto di anni che si erano consumati nel deserto della sua rimozione, della sua assenza irrimediabile, anni in cui mi ero sentito anch’io cancellato, rimosso, assente, come mia madre, senza mia madre, senza Rosaria, Rosaria, Rosaria.
E perché poi avrebbero dovuto dirmi qualcosa, se mio padre, il primo a cancellarla, annientarla, ucciderla, mi aveva risposto: “Era una donna eccezionale”. Come eccezionale? “Sì, nel lavoro, precisa, la migliore di tutti”. E poi? “E poi era simpatica, socievole, disponibile…” Papà tu lo sapevi che da qualche mese riceveva delle telefonate anonime? “Ma che dici, che telefonate?” Non te ne ha parlato? “Ma che stai dicendo?” Lo ha scritto qui, in questa agendina di lavoro.Vuoi vedere? “Marco io sono preoccupato per te. Marco questa storia ti sta rovinando il sistema nervoso, io ti capisco sai, non credere..., ma non puoi continuare così, ti prendo un appuntamento con uno psicologo se pensi che ti può aiutare…”

*** *** ***


Ho tutti i giornali. Ho anche due foto dell’assassino. Le guardo, attentamente, le paragono. La prima è una foto del giornale, scattata al momento dell’arresto, sembra come distante, astratto, l’espressione un po’ stupita. Ha i capelli bianchi, il viso segnato. La seconda, l’ho rubata da un pannello di foto, durante una mostra sugli Anni Sessanta nel nostro paese. Accanto a me c’era un gruppetto di amici che commentavano.“E questo, lo conosci questo?” “Perciò! Saro Vastedda! Ci pensi quando ci regalava i polpi? Oh, si abbuddava senza bombola d’ossigeno, lo sai a che profondità andava? Chi lo doveva dire che doveva finire così! Quella poveretta di Rosaria Cangemi morta, e lui in manicomio” “Non ci sono più i manicomi” “Peppe, vieni qua, guarda la fotografia di Saro Vastedda”.
Presi la foto così, d’impulso. Magari come si uccide. Un impulso irresistibile. Era lui, più giovane di trent’anni, vestito elegante, con la cravatta, sorriso malinconico, un bicchiere di spumante in mano. Festa della matricola, i cappelli a punta dei goliardi, stelle filanti, le ragazze con le pettinature alte e i vestiti larghi.
Credo in un dio crudel che m’ha creato/simile a sé….Il pazzo paga per tutti. Assorbe le nostre nevrosi, le manie, le inibizioni, i traumi, le piccole follie quotidiane, le insensatezze della vita, le assimila, le elabora, e ce le restituisce così, nude, ostentate, familiari e irriconoscibili insieme.
Non lo odio. Non posso odiarlo. Da quando ho quell’altra foto, non posso più vederlo solo come l’assassino di mia madre. E’ una persona con la sua vita, le sue nostalgie, le sue solitudini. Anche lui non sarebbe esistito se non si fosse esposto, rivelato così. Quante domande, quanto interesse intorno a lui, alla sua mente alterata, domande che nessuno gli avrebbe mai rivolto, se non si fosse calato, immerso fino in fondo nella profondità del suo mistero.
Ora mi sembra che non siano più, mia madre e lui, vittima e assassino, ma complici di fronte all’indifferenza e al vuoto, alla colpevole cecità di tutti. Come tutti, anch’io non avrei saputo niente di lei. Se lei fosse vissuta fino ad oggi, e quietamente fosse invecchiata, e se anche fosse morta, ma di malattia, o in un incidente, allora no, non l’avrei cercata. Non avrei provato il desiderio di guardare tra le sue carte, tra i suoi libri, i suoi vestiti, di ascoltare le sue musiche. Doveva essere una cosa senza senso, una cosa che mi sfidasse, che mi provocasse. Deve essere gridato forte il bisogno di identificazione, di riconoscimento, di contatto, e loro hanno trovato il grido del raptus omicida, dell’agonia atroce. Mi ha attirato, Rosaria, nel più perverso dei giochi, il gioco mai fatto da bambino. Lei si è nascosta e io l’ho cercata. Io solo l’ho cercata, ma va bene anche così.







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