Cuore di Madre, di Roberto Alajmo

recensione di Angela Diana Di Francesca





Forse il matriarcato, nell’accezione letterale di dominio delle donne sugli uomini, è solo una leggenda. Ma i miti legati alla Grande Dea, datrice di vita e di morte, dimostrano quanto il femminile abbia rappresentato di perturbante e di potente nelle epoche passate.
E’ soprattutto in culture dove il “femminile” ha avuto una grande forza dirompente ( e proprio per questo è stato esautorato, “censurato”) che il potere perso in termini di Assoluto e Misterico è stato recuperato in altre forme codificate dagli stereotipi tradizionali. E in uno spazio senza sacralità, senza sogno, senza rito, la Grande Madre può essere pericolosa quanto il Grande Fratello.
L’ambito privilegiato del recupero del potere è nel rapporto Madre-Figlio. In assenza della figura paterna ( o comunque di una figura paterna forte) , la donna è investita del potere della Regna Madre, della Reggente, e perché questo potere si perpetui è necessario che il Delfino non diventi mai Re.
Se è vero, come afferma Riane Eisler, che tradizionalmente “ il potere per stereotipo associato alla femminilità è quello di curarsi degli altri, mentre il potere per stereotipo associato alla mascolinità è quello di controllare gli altri”, un certo tipo di figura materna, la Grande Mamma più che la Grande Madre (la “Mom “ delle culture anglosassoni) compendia entrambi i ruoli: il controllo è ottenuto tramite l’accudimento, e quest’ultimo genera dipendenza affettiva in un complesso intrico relazionale che attiene più alla sindrome di Stoccolma che a un rapporto parentale amorevole.
Cuore di Madre è un libro disturbante proprio grazie al personaggio della Madre, proprio perché è lei, donna, a uccidere, agendo con determinazione e freddezza, senza crudeltà ma cedendo a una necessità che s’impone. La figura della Madre è stata da taluni critici vista come emblema delle donne della mafia, probabilmente solo perché l’autore è siciliano; ma la Madre terribile, la madre che “ci pensa lei”, può manifestarsi in ogni contesto socioculturale. Ricordiamo che decenni fa nel caso del delitto “del Circeo” alcune madri della Roma bene andarono a ripulire dal sangue il pavimento della loro villa dove i figli avevano massacrato una ragazza. I figli avevano chiesto aiuto e loro lo avevano dato. E’ una solidarietà che si colloca quasi esclusivamente nel rapporto madre-Figlio, eccezionalmente in quello Madre-Figlia ( un esempio di quest’ultimo è ad es.nella commedia Le donne brutte, dove la madre uccide , non somministrandole un farmaco, la bellissima nipote che sta per mandare all’aria il fidanzamento della figlia bruttina.)
Nella visione ideale la Madre è “un albero grande che tutti i suoi frutti ti dà”; nella realtà l’oblazione di affetto diventa un mezzo di manipolazione psicologica, il rapporto fusionale si regge su un intrico di ricatti, messaggi contraddittori di “legame doppio”, giochi di seduzione e diniego che disorientano, bloccano le energie psichiche impegnandole in un assiduo e vano tentativo di gestire la relazione senza essere respinti e senza essere fagocitati. In un rapporto madre-figlio così disturbato, solo le infinite variabili del caso decideranno se l’elemento debole della diade diventerà Marcel Proust, Norman Bates o Cosimo Tumminia. Cosimo Tumminia non è un mostro. E’ un individuo normale, o almeno prova ad esserlo. Ha un abbozzo di vita, di lavoro, di desideri. Ha una sua rudimentale filosofia. Ha avuto delle ragazze. Ma il motore primo di ogni sua azione è la consapevolezza della presenza materna, del suo giudizio, del suo controllo intrusivo. Cosimo non è un mostro, è un bambino.Il suo sguardo interiore vede la madre più alta e più grande. Si sorprende a scoprirla piccola, a doversi chinare per abbracciarla. E’ un bambino a cui, come nella fiaba di Hansel e Gretel, si propone di crescere “purché si lasci mangiare”, un bambino che non ha scelta e non può che opporre una passiva e rassegnata ribellione, una fuga a metà, senza vuotare i cassetti, e il suo sogno di evasione che ellitticamente si innesta nell’episodio del programma radio dei camionisti, insieme alla tematica del disagio sociale (“era un’altra Calcara, in provincia di Bologna”).
Per un imprevisto accadimento Cosimo , anch’egli a suo modo un prigioniero, diventa “sequestratore”. I giochi si ribaltano e si intrecciano, egli si trova a compiere per il bambino gesti che la madre ha compiuto e compie per lui, l’accudimento, la somministrazione del cibo. Cosimo diventa figura di riferimento, responsabile di un altro individuo, datore di cure, ponendosi al centro dell’incastro, trovandosi ad essere al tempo stesso figlio e madre. Il modo privilegiato con cui passa il rapporto affetto/potere è il cibo. L’offerta e la negazione del cibo è offerta e negazione di vita. Ma il bambino, che si rifiuta di nominarsi, è il figlio cattivo, che non merita l’attenzione e l’affetto. Si sottrae, respinge il cibo, aggredisce, si ribella, per poi rinunciare, lui per primo, all’accoglienza e alla salvezza. Facendosi estraneo (straniero) ,non ha diritto al contatto e all’empatia.
Nella novella La Cattura, di L.Pirandello, che presenta una situazione simile, prevale l’umanità. I banditi si affezionano al rapito, l’anziano possidente Guarnotta, e pur non potendo ottenere un riscatto, lo tengono con loro finchè vivrà. Il rapito ottiene uno status, diventa “il nonno” a cui è dovuto rispetto e a cui vengono portati in visita i figli dei sequestratori per farglieli conoscere. Nella notte, sulla montagna, gli capita di parlare delle costellazioni, mentre il bandito di guardia in silenzio ascolta. Ma questi umili di Pirandello possono contare su un patrimonio arcaico di valori , e pur esprimendo una cultura subalterna ne sono ancora padroni e testimoni. Gli umili del libro di Alajmo ne sono stati espropriati. Troppo angusti gli spazi di comunicazione e parola significante, tutto si frammenta e si scompone, la vita perde continuità e il momento di prima non ha relazione con quello di dopo. Contraddittorietà e incoerenza invadono la realtà che bisogna costantemente controllare ancorandola a punti fermi, le ossessive manie quotidiane, l’ordine, la ripetitività dei gesti, sopravvivenze di culti che trasformano il rito in rituale. Un tema importante nel romanzo è proprio la frammentazione dell’esperienza psichica. La televisione, feticcio a cui la madre rivendica il potere di imporre silenzio (le parole non sono importanti), si fa metafora del silenzio della coscienza attraversato da slegate, scoordinate immagini, elusivi concetti. Sullo schermo passano storie da interpretare, il linguaggio è un optional, la realtà “salta” da un evento all’altro come negli spot publicitarii o nei cambi di canale (e il bambino che ieri doveva assolutamente essere aiutato e protetto dai pedofili, oggi deve essere assolutamente ucciso; ieri era importante fargli prendere aria, a costo di farsi scoprire, oggi deve essere soffocato).
Non è più la cultura degli avi, radicata nel tempo e che in esso si snoda espandendosi tra lo spazio della memoria e quello della speranza. Il linguaggio semplice, elementare dei protagonisti ci sorprende con intarsii di vocaboli mutuati dalla tv o dalla Settimana Enigmistica, erogatori di una “cultura” fatta di flash, domande e risposte casuali, immagini e situazioni intercambiabili, senza raccordo fra loro e con gli individui stessi, e che non può che precipitare verso il buio della mente.
Nelle ultime pagine, dopo il delitto, la Madre, quasi sempre vista con ironia, trova qualche momento di ieratica solennità. Grottesca epigona della grande dea, ha avuto comunque un sacrificio umano. Compiuto il faticoso rito dell’inumazione, Cosimo sa che la sua fuga a metà finisce qui. Il tempo di identificarsi col bambino morto (una tomba lì gli sarebbe piaciuta), di ripensare all’impossibilità della sua vita.
Vista da fuori la casa sotto la luna, col suo ultimo piano incompiuto, è il simbolo del fallimento e del disastro. Ma basta entrarci e tutto cambia. Una complicità vivificata dal “sacer” ridà forza alla diade che da sola si oppone al mondo.
“Noi (insieme) qua siamo”.
E forse l’elemento più sconvolgente del romanzo è che il riscatto dalla provvisorietà, dalla frantumazione dell’esistenza sia qui, nel sogno di morte fatto insieme.

 

 

Angela Diana Di Francesca